L’Eu-Spi analizza le disparità tra le regioni europee, con Svezia, Danimarca e Finlandia all’avanguardia mentre restano indietro l’Europa dell’Est e il Mezzogiorno.

Gli studi per misurare la qualità della vita “beyond Gdp”, oltre il prodotto interno lordo (Pil), hanno avuto un intenso sviluppo negli ultimi quindici anni, ma questa misurazione è diventata una priorità soprattutto in vista della ripresa socio-economica post-pandemia.

È quanto afferma la nuova edizione di The European Social Progress Index 2020 (EU-SPI), diffuso dalla Commissione europea responsabile della politica dell’Ue per le regioni e le città (DG Regio), un indice che quantifica il progresso sociale in ciascuna regione europea non in base ai dati sul prodotto interno lordo, sul reddito e sull’occupazione, ma sul benessere personale e sociale ad ampio raggio.

Sebbene la maggior parte delle regioni europee soddisfi i basilari bisogni umani, l’indice EU-SPI mette in luce diverse velocità per quanto riguarda l’accesso alle opportunità, l’esercizio dei diritti personali, la libertà di scelta, la tolleranza, l’inclusione, l’accesso all’istruzione avanzata e all’apprendimento permanente. In cima alla classifica troviamo diverse regioni svedesi, danesi e finlandesi, come l’Övre Norrland (in Svezia), già ai primi posti nell’edizione precedente dell’indice. In fondo alla lista, invece, troviamo le regioni dell’Est Europa, come Severozapaden (in Bulgaria), Sud-Est e Sud-Muntenia (entrambe in Romania), precedute dalle regioni del Mezzogiorno italiano, in particolare Campania, Sicilia e Calabria, fanalino di coda d’Europa per diritti, politiche sociali, opportunità e qualità dell’ambiente. Su una scala che va da 0 a 100, infatti, la Campania ha ottenuto un punteggio di 52,8, la Sicilia di 54,7 e la Calabria di 54,7. Il Lazio si colloca in una posizione intermedia con 60,8 punti, superata dai primi della lista italiana: la Provincia autonoma di Trento e di Bolzano rispettivamente con 66,48 e 66,5 punti, l’Emilia-Romagna con 63,80 e il Friuli-Venezia Giulia con 63,38 punti.

Dalla Gran Bretagna, invece, esclusa dalle misurazioni dell’EU-SPI, giunge la proposta del Gross Domestic Wellbeing (GDWe). An alternative measure of social progress, l’indice del Benessere interno lordo come alternativa più olistica e pertinente per la misurazione del progresso sociale rispetto al prodotto interno lordo. Basato sui dati relativi alle regioni del territorio inglese, con l’esclusione di Galles, Scozia e Irlanda del Nord che hanno indici e misurazioni a parte, il GDWe messo a punto dal Carnegie Uk Trust evidenzia che in Inghilterra, anche prima della pandemia, benessere economico e sociale non andavano di pari passo, nonostante la ricchezza materiale sia in aumento da anni: l’indice di benessere interno lordo, infatti, in cinque anni (con i dati aggiornati al 2019) è aumentato del 5,19% contro l’aumento del 10,34% del Pil, dimostrando l’evidente ritardo del primo rispetto al secondo.

Sebbene sia ancora presto per valutare l’impatto della pandemia sulla società, il dossier menziona alcuni elementi chiave emersi negli ultimi mesi, come l’aumento di solitudine cronica, il senso di insicurezza e perdita e l’aumento della disoccupazione, che hanno determinato un crollo delle valutazioni medie di soddisfazione e felicità come non accadeva dal 2011. Le circostanze create dalla pandemia, conclude il dossier, devono farci riflettere collettivamente sul nostro futuro condiviso, in cui il benessere è a rischio, spostando l’attenzione dei governi dall’esclusiva misurazione del prodotto interno lordo alla qualità della vita, insieme alla revisione del concetto di benessere e all’inclusione di sei indici fondamentali per ottenere migliori risultati sociali: prevenzione, democrazia partecipata, uguaglianza, localismo, integrazione di servizi e intervento di lungo periodo.

Scarica il dossier Gross Domestic Wellbeing (GDWe). An alternative measure of social progress.

Fonte & Copyrights: Viola Brancatella per ASviS